La solitudine delle persone anziane in epoca Covid-19

La solitudine delle persone anziane in epoca Covid-19

Distacco, isolamento, esclusione. Spesso la solitudine nelle persone anziane diventa un triste leit motiv. Specie oggi, in tempo di pandemia.

Dai dati Istat scopriamo che il 30% degli anziani che vivono soli soffrono di negazione degli stimoli e di mancanza di coinvolgimento sociale. Un problema non solo italiano, basti pensare che a partire dal 2018 in Inghilterra, per affrontare questa emergenza, hanno istituito il Ministero della solitudine: uno specifico apparato ai massimi livelli statali che possa affrontare la problematica da tutti i suoi punti di vista.

Partiamo da un dato concreto: il 22,8 % della popolazione italiana ha un’età superiore ai 65 anni (fonte: Istat), quota destinata ad aumentare nei prossimi decenni. L’emergenza Covid-19 ha messo le fasce più fragili in uno stato di precarietà, sia dal punto di vista sanitario, che dal punto di vista sociale ed economico.

Il ruolo dell’anziano troppo spesso viene lasciato ai margini della società, come figura su cui non vale più la pena investire tempo e risorse. “C’è un vuoto informativo che lascia soli familiari e caregiver, privi di una guida, di un supporto nella gestione delle attività di assistenza legate alla scelta e l’uso corretto dei dispositivi.” - Afferma Francesca, 48 anni, caregiver della madre con problemi di incontinenza.

Perché se è vero che i virus sono democratici e colpiscono tutti, è altrettanto vero che gli anziani e le fasce deboli in questa pandemia sono le categorie più colpite. A partire dai cambiamenti dello stile di vita e dall’impatto negativo sullo stato di salute fisica e psicologica che ne consegue.

“Il ruolo dell’anziano deve tornare ad avere la dignità che merita: non possiamo lasciarli soli. La domiciliarità dell’assistenza è il futuro: bisogna investire e sensibilizzare su questo!” - Prosegue Francesca.

Il solo fatto di essere costretto in casa, può esporre l’anziano a un declino cognitivo, e la mancanza di movimento rischia di renderlo più vulnerabile da un punto di vista fisico, aumentandone la fragilità.

Lo stato di insicurezza, emarginazione, talvolta depressione che ne derivano ci spingono a porci una domanda fondamentale: cosa possiamo fare per arginare il problema della solitudine delle persone anziane?

Mettere al centro la persona, con i suoi bisogni e suoi diritti, può essere il primo passo, nonché la prima espressione di un Paese che vuole dirsi civile. Perché la singolarità di ogni storia non può essere trascurata, così come le sue relazioni attuali e passate, il suo bagaglio di vita, la sua famiglia di appartenenza.

Per individuare nuove prospettive assistenziali personalizzate - e lo diciamo dalla nostra esperienza di punto di riferimento nel settore dell’incontinenza e della medicazione ospedaliera - suggeriamo di partire dalla persona e dalle sue esigenze.

Da qui l’ipotesi - che vogliamo condividere in un dibattito aperto e costruttivo - di formare nuove figure professionali affettivamente ‘vicine’ all’anziano solo, che sappiano ascoltare la sua storia e ricordare il suo vissuto, mantenendone viva la traccia. Figure ad hoc, in grado di comprenderne le priorità, in possesso di tutti gli strumenti psicologici per aiutarlo e sostenerlo. Ragioniamoci insieme.

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